Nel nuovo documentario Netflix The Divide (Katherine Round, 2015) la tesi è dichiarata da un cartello subito all’inizio del film (cito a memoria): un esperimento economico negli anni 80 (promosso da  Margaret Thatcher e Ronald Reagan) ha creato in 35 anni il tasso di disuguaglianza più alto mai registrato in US e UK dagli inizi del secolo scorso. L’esperimento sosteneva che tagliando le tasse alle imprese, e riducendo la regolamentazione sulle stesse, la società tutta sarebbe diventata più ricca. Era la “religione che dice che tutti beneficiano se i ricchi diventano più ricchi”, dichiara Noam Chomsky nel film. La religione appunto del taglio delle tasse, dei “lacci e lacciuoli” ai produttori come ricetta per far crescere la ricchezza della società. L’idea che il beneficio delle corporations e dell’apparato finanziario sarebbe poi ricaduto (trickled down) sul resto delle popolazioni.

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Come il film dichiara, i dati più recenti confermano il fallimento di quella idea. Basta confrontare tra la pletora di informazioni ormai disponibili, tra cui il recentissimo rapporto OXFAM sulla povertà, da tanti citato recentemente per aver rivelato che nel mondo di oggi gli 8 individui più ricchi del pianeta possiedono una ricchezza pari a quella del 50% più povero. E fa ancora più pensare il dato rilevato sempre dall’OXFAM nel 2014, quando invece erano (solo) gli 85 individui più ricchi a possedere una fetta di ricchezza pari alla metà più povera della popolazione mondiale. Tradotto: in tre anni la disuguaglianza mondiale sarebbe cresciuta di ben 10 volte. Come detto, il film di Katherine Round individua la causa del male nelle politiche di Reagan e Thatcher degli anni 80. Ma anche nei decenni successivi a Reagan e alla Thatcher altre politiche contribuirono a scavare il solco tra ricchi e poveri: negli anni 90 e successivi arrivarono la detassazione e la deregolamentazione di Wall Street; e subito dopo sia la globalizzazione che  la svalutazione competitiva delle monete delle economie asiatiche hanno ulteriormente pesato sulla crescita della disuguaglianza nelle economie occidentali, soprattutto nei due paesi indagati dal film, gli USA e il Regno Unito.

E quel che è peggio, la voragine tra l’1% (o meglio lo 0.1%) e il resto della società si è scavata in concomitanza con una crescita delle fasce di povertà, il che significa, come ricorda spesso Stiglitz, che la torta è rimasta la stessa, ma ciò che è cresciuta è solo la fetta nelle mani dello 0.1%.

Ma a chi fa male l’ineguaglianza? E’ solo un fatto di ingiustizia sociale? O anche un fattore di instabilità economica?

Entrambe le cose, secondo il best seller del 2010 “The Spirit Level“, a cui il documentario di Katherine Round si ispira. Il bestseller 2010 di Wilkinson e Pickett sostiene infatti che società con alti tassi di disuguaglianza producono “profonde conseguenze su chi è svantaggiato”, tra le quali alcolismo, alti tassi di suicidio, morti violente e malattia. Ma anche dal punto di vista economico generale, una società con alti tassi di disuguaglianza e con alti tassi di povertà è meno produttiva, e i costi prima o poi ricadono su di tutti. (Sarà un caso, ma negli Stati Uniti c’è un dato, abbastanza “inesplicabile”secondo i commentatori, ma che potrebbe invece essere causato proprio dall’inequality: nonostante la crescente automazione del processo produttivo, la produttività oraria del lavoratore manifatturiero americano si è ridotta più o meno costantemente dal 2000 al 2014. Cfr. Jared Bernstein, “The Reconnection Agenda”, pag. 141).

Ma esistono anche altre ragioni economiche contro la disuguaglianza. Per esempio, se i poveri diventano sempre più poveri e la classe media arranca, l’economia semplicemente non cresce. Perché contrariamente a quello che sostengono i teorici della necessità della disuguaglianza (la ricchezza come incentivo a produrre e a investire in nuovi prodotti) è la domanda che fa crescere l’economia (“se c’è domanda, le imprese creeranno lavori per soddisfare quella domanda“. Joseph Stiglitz, Nobel Economia 2001). E mentre i redditi bassi consumano quasi tutto il reddito, cioè producono un’alta domanda di beni, i ricchi ne consumano una fetta meno consistente. Quindi la domanda generale cala se aumenta la fetta di torta in mano alle famiglie vicine alla soglia di povertà e cresce quella in mano all’1% (cioè lo 0.1%).

Come rimediare a questa situazione? Beh, se uno ha la fortuna di operare a Wall Street magari per lui non c’è niente da rimediare. Ma facciamo finta di parlare dal punto di vista della maggioranza. La prima soluzione ovvia è sostenuta proprio da uno dei favolosi 8 uomini più ricchi del pianeta: Warren Buffett, fondatore e CEO della società di investimento americana Berkshire Hathaway, considerato la terza persona più ricca del pianeta. “Persone con un reddito annuo superiore al milione di dollari dovrebbero pagare almeno il 30% di tasse,” scrisse Buffet nel 2011 in un celebre editoriale sul New York Times, dove rivelava di aver pagato, lui il terzo uomo più ricco del pianeta, un gramo  17,4% del suo reddito imponibile, un tasso inferiore a quello pagato da ciascuno dei 20 dipendenti del suo ufficio (che avevano invece pagato una media del 36%). Quindi la prima soluzione, alla Buffet, è ovvia: aumentare l’IRPEF per i più ricchi.

E sempre sul fronte tasse, c’è poi la questione della tassazione incredibilmente vantaggiosa dei guadagni di capitale (capital gains). Negli Stati Uniti, il tasso di imposta sui capital gains per gli individui più ricchi è del 20% (mentre un lavoratore medio paga un’imposta sul reddito del 25%), e i dividendi sono tassati tra il 15 e il 20%. In Italia, i guadagni di capitale in borsa sono tassati invece al 26% (stessa aliquota degli interessi di conto corrente!) e i dividendi sono invece tassati come qualsiasi altro reddito. L’imposta sui redditi delle persone fisiche di scaglione massimo è in Italia del 43%, contro una tassazione dei guadagni di borsa che al massimo paga allo stato il 26%.

E’ evidente quindi che dal lato dell’equità fiscale ci sono diversi modi per combattere la disuguaglianza. Con più tasse raccolte dai ricchi i governi avrebbero così molte più risorse da spendere in “politiche fiscali”, che rappresentano l’unico modo esistente nelle società capitalistiche per combattere i “fallimenti del mercato” (ecco tra l’altro perché l’Italia è in difficoltà: perché l’enorme debito pubblico non le consente di avere abbastanza risorse di politica fiscale per combattere le fasi recessive dell’economia).

Collegato al trattamento privilegiato degli operatori di borsa, un altro fattore di disuguaglianza sono poi gli stipendi astronomici a favore dei quadri alti di banche e società di investimento. Non che riducendoli risolveremmo tutti i problemi della società. Ma l’aspetto simbolico, “al di là del livello dell’avarizia” (come si dice spesso nel film) degli stipendi dei manager di Wall Street, ha provocato e continua a provocare reazioni di disdegno. La storia qui è simile negli Stati Uniti e in Italia. I bonus dei dirigenti delle società di investimento americane soccorse dagli aiuti di stato durante la grande recessione del 2008 sono rimasti intatti prima durante e dopo la crisi. Così come in Italia, l’amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena, che ha appena ricevuto l’aiuto di stato, continua a percepire una retribuzione annua di 1,4Milioni di euro (superiore a quella dell’ad di Paribas). E’ ovviamente delicato imporre un tetto agli stipendi di società private. Ma se quelle società private ricevono gli aiuti dallo Stato, perché questo non può stabilire dei criteri etici largamente condivisibili?

C’è poi un ulteriore variabile che fa sì che “i poveri siano sempre più poveri”. L’inevitabile questione del minimum wage, del salario minimo.  In Italia non se ne è parlato moltissimo, almeno finché la precarizzazione dei lavori non ha portato al taglio delle tutele per i lavoratori. La discussione poi si è allargata al concetto di Reddito di Cittadinanza, introdotto dal programma del Movimento 5 Stelle, pur senza alcun piano concreto su come finanziarlo. Negli Stati Uniti invece e nei paesi in via di sviluppo la questione del salario minimo è un argomento caldissimo. Nel film di Katherine Ross due dei personaggi, Leah Taylor–lavoratrice di un fast food in Virgina–e Janet Sparks–dipendente di supermercato in Louisiana, sono l’emblema della contraddizione che attanaglia oggi le democrazie più ricche del pianeta, dove i lavoratori non specializzati sono allo stremo fisico (perché la pressione produttiva cresce), sono tecnicamente poveri e dipendono per la sussistenza dall’assistenza statale (nel film, entrambe ricevono buoni pasto) e diventano quindi un ulteriore carico per la società intera. Le soluzioni alla piaga del salario di NON-sussistenza non sono immediate da trovare.  Sull’aumento d’autorità del salario minimo bisogna fare attenzione (è difficile fare i conti con il bilancio delle aziende). Ma pur con questa riserva, anche economisti moderati ritengono altamente probabile che una crescita graduale del salario minimo sia altamente benefica per la società. In America Latina si usa il concetto di salario digno, un salario cioè che permette di vivere una vita normale. Il salario digno non è solo una questione di giustizia, ma ci sono prove che laddove questo viene applicato, l’ambiente di lavoro è migliore e l’intera produttività del lavoro ne beneficia.

Lo dimostra il caso incoraggiante della start up di abbigliamento per college americani, Alta Graciacitata dal rapporto Oxfam 2014 “Partire a Pari Merito” (a pag. 81 del rapporto Oxfam in realtà si parla della compagnia Knights Apparel, attualmente uscita dal progetto Alta Gracia, la quale adesso opera autonomamente). La compagnia ha sede in South Carolina, ma le fabbriche sono delocalizzate nella Repubblica Dominicana. Il salario dei lavoratori di Alta Gracia è 4 volte superiore alla media dei salari dei loro connazionali, e i diritti dei lavoratori (assistenza sanitaria, ferie, malattie, diritti sindacali, straordinari) sono tutti garantiti. I dipendenti di Alta Gracia amano la vita e sono finalmente in grado di mandare i figli all’università. Secondo uno studio della Università di Georgetown, dal 2015 Alta Gracia avrebbe cominciato a produrre profitti (il condizionale è dovuto al fatto che lo studio fu realizzato nel 2014), grazie all’aumento del numero di università e college americani che ne acquistano i prodotti. Lo stesso studio ha constatato che la produttività dei lavoratori di Alta Gracia è superiore a quella di fabbriche dello stesso settore, sia in virtù della migliore qualità dell’ambiente di lavoro, che in ragione della maggiore fedeltà dei lavoratori ad Alta Gracia (con meno ricambio di operai, la produttività media del lavoratore è più alta).

Se Alta Gracia sta riuscendo in questo esperimento, perché il modello non dovrebbe essere applicabile anche alle organizzazioni più grandi? Un nome che faceva parte dei top 10 miliardari del rapporto OXFAM di tre anni fa era quello della famiglia Walton, i proprietari di Walmart, la più grande catena di supermercati al mondo destinati alle fasce economiche basse e medie (in quest’ordine). Membri della famiglia Walton—ammette il film The Divide—sono benefattori della comunità, che contribuiscono con milioni di dollari a musei, ospedali, fondazioni di beneficienza. Non si capisce quindi perché la stessa sensibilità sociale non possa essere applicata ai lavoratori della catena Walmart. Uno dei protagonisti del film è proprio un impiegato di Walmart, Janet Sparks, un associate (i dipendenti Walmart sono chiamati così) che ha assistito negli anni al progressivo taglio del numero di lavoratori e all’aumento costante della pressione produttiva. Il salario di Janet non le permette di vivere (deve ricorrere ai buoni pasto statali), ha accumulato debiti che l’hanno costretta a vendere la casa, e la sua salute ha raggiunto livelli tali di stress da metterla a rischio di attacchi cardiaci. Eppure un cassiere Walmart riceve $9.26 all’ora, mentre le associazioni a difesa dei lavoratori di fast food e supermercati chiedono un salario minimo di sussistenza di $15. La beneficienza è buona cosa, ma perché una multinazionale non può farsi carico di diventare essa stessa una start up di un nuovo modello di organizzazione del lavoro, basato sul rispetto dei diritti dei lavoratori, anche di quelli in fondo alla gerarchia dell’organizzazione?

“Un giorno in più su questa terra è un giorno che è andato bene”, riflette l’altro personaggio di The Divide, Leah Taylor, sottolineando lo humour macabro della battuta con una risata rovinata dalle sigarette e dall’alcol.

“Il livello di disuguaglianza in America non è inevitabile,” dice ancora Stiglitz, “non è il risultato di inesorabili leggi economiche. E’ una questione di politica e di politiche.”

E’ cioè possibile, per quelli che oggi possiedono una fetta sempre più grande della torta, contribuire a fare qualcosa di concreto per ridurre la disuguaglianza.

 

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