La settimana scorsa Renzi di ritorno dal viaggio negli Stati Uniti ha riaperto il dibattito politico attorno al Reddito di Cittadinanza. La visita californiana a Silicon Valley gli aveva fatto incontrare tra gli altri Tim Cook di Apple, l’ad di Airbnb Brian Chesky e l’inventore della macchina elettrica Tesla, Elon Musk.

Quest’ultimo in particolare non è nuovo a sostenere pubblicamente l’idea di un reddito di cittadinanza universale, come risposta al problema sempre più concreto della scomparsa dei lavori a causa dell’automazione. Siamo forse agli albori del fenomeno, e i numeri ancora non esplosivi. Ma certo la spinta al ribasso dei salari dei lavoratori—una realtà mondiale—potrebbe essere un segno che il processo di sostituzione dei lavoratori con i robot sia già in atto, anche se finora lo si era sempre attribuito alla globalizzazione e alla concorrenza del lavoro asiatico sottopagato.

In Silicon Valley e tra le élite della finanza della East Coast americana, il trend è visto addirittura come inevitabile. E da questa convinzione è cominciato a circolare un certo nervosismo sulle conseguenze sociali di questo assetto precario. Così, per esempio, Robert H. Dugger, ex partner di uno tra i più grandi fondi speculativi (Hedge Funds) al mondo,  dopo 17 anni al top della finanza ha deciso di fermarsi, e cominciare ad occuparsi di filantropia. “Tra i miei colleghi è ormai normale sentire un amico ripetere che l’America sta andando incontro a qualcosa di simile alla Rivoluzione Russa”, afferma Dugger in un recente articolo del New Yorker.

Da questa paura ha preso piede—sempre nella esclusiva cerchia di Dugger e dei creativi di Silicon Valley—una sorta di movimento soprannominato “preppers,”: un pugno di miliardari che sta attivamente  preparandosi per un ipotetico giorno dell’apocalissi, in cui il sistema non riuscirà più a mantenere l’ordine sociale e lo status quo che ancora regge le democrazie occidentali. Le masse—temono a Silicon Valley e a Wall Street—prima o poi potrebbero scatenare una rivoluzione (ricordate Maria Antonietta?, ricorda Joseph Stiglitz) contro quell’1% che detiene fette sempre più grandi della ricchezza globale. Per cui i preppers stanno o costruendosi bunker ultratecnologici (dove poter perfino allevare pesce e verdure), o pianificando fughe in isole sperdute del pacifico, con carichi di cibo, pannelli solari e strumenti di sopravvivenza.

Sembra science fiction, ma succede oggi in America.

Però ci sono altri che come detto sopra si interrogano su come invece riformare il sistema per evitarne il collasso.”Se ci fosse una distribuzione del reddito più giusta, e più denaro ed energie fossero indirizzate alle scuole pubbliche, ai parchi, al tempo libero, alle arti, al sistema sanitario, potremmo eliminare tanta della pressione che grava sulla società di oggi. Invece abbiamo smantellato queste cose”, afferma un altro speculatore—anch’esso ritiratosi ad attività filantropiche. E’ quindi la disuguaglianza, la chiave del problema, anche se non proprio tutti sono d’accordo (alcuni liberisti estremi affermano tuttora che la disuguaglianza è quasi un prerequisito della crescita produttiva). Elon Musk, Bill Gates, Warren Buffet, Sam Altman riconoscono invece il problema, e una delle soluzioni sempre più frequentemente offerte alla discussione è appunto quella del Reddito di Cittadinanza.

Ci sono tanti modi di intendere il Reddito di Cittadinanza. Alcune varianti già esistono in svariate parti del mondo (perfino in Emilia Romagna!) e i partiti politici ne parlano sempre più frequentemente nei loro programmi (M5S in Italia, Benoit Hamon in Francia, Laburisti in UK). E ciò che forse è più importante è notare come crescano il numero di esperimenti sociali organizzati per capire come funziona il reddito minimo garantito. Perchè la domanda di fondo di cui non si ha ancora una risposta certa è: come adatta l’uomo il suo comportamento sociale, nel momento in cui non deve più preoccuparsi di soddisfare i bisogni fondamentali?

E così la Finlandia dal gennaio scorso ha lanciato uno di questi esperimenti. Il test ha la durata di due anni, durante i quali lo Stato verserà 560€ a testa a un gruppo di 2000 cittadini estratto a caso. La città di Glasgow, in Scozia anch’essa ne sta elaborando un altro. Negli Stati Uniti come si diceva la Silicon Valley è molto attiva sul tema. Ad esempio ad Oakland, California (città cugina di San Francisco, dalla quale la separa un solo ponte, l’East Bay Bridge) un venture capitalist, Sam Altman, sta per lanciare un programma pilota che elargirà tra i 1000 e 2000 dollari mensili per un anno a un gruppo di circa 100 residenti. L’obiettivo di Altman—e di tutti i test pilota—è quello di studiare gli effetti del reddito garantito sul comportamento economico dei soggetti selezionati, confrontandolo con quello di persone dello stesso gruppo sociale che invece non ricevono nulla. Dai risultati di questo test pilota Altman getterà le basi per un test di lungo termine.

E ancora, per restare nella San Francisco Bay Area, uno dei primi fondatori di E-Bay, Pierre Omidayr, ha appena donato mezzo milione di dollari a GiveDirectly, una non-profit newyorkese che da qualche mese conduce il più largo esperimento sul reddito di cittadinanza mai provato prima. Il test riguarda 325 villaggi del Kenya e coinvolge 26000 persone, alcune delle quali beneficeranno di un reddito di sussistenza per 12 anni. Il progetto di GiveDirectly ha finora raccolto 24 dei 30Milioni di dollari necessari per finanziare il progetto.

In Europa, il candidato socialista alle prossime presidenziali francesi, Benoît Hamon, ha incluso nel suo programma la proposta di un percorso graduale che porterebbe entro il 2022 a un reddito di cittadinanza universale di €750 per tutti, indipendentemente dal reddito (il che avrebbe un costo elevatissimo per le casse dello Stato—si calcola più di 300Miliardi di euro). In Italia il Movimento 5 Stelle ne ha presentato una versione light, simile a Hamon per l’assegno massimo concesso (780€ per il singolo con zero redditi), ma che decurta la cifra in caso di redditi pre-esistenti. Il costo per lo Stato della proposta di legge M5S sarebbe di circa 15 Miliardi di euro.

Non si pensi però che siano solo le forze progressiste—largamente intese—che discutono il tema del Reddito di Cittadinanza. In realtà in America sono i libertari—quelli che vogliono ridurre al minimo ogni forma di intervento dello Stato—tra i più attivi sostenitori storici dell’idea. Negli anni 70 perfino Richard Nixon provò a introdurre un concetto parente del reddito di cittadinanza nel suo programma (poi abbandonato). E più recentemente anche uno dei candidati alle primarie del partito repubblicano, Marco Rubio, ne aveva fatto cenno (senza troppa convinzione, però). La differenza fondamentale tra le proposte dei conservatori/libertari e quelle dei progressisti è però evidente. I primi vedono il reddito universale come un mezzo per semplificare l’assistenza sociale e al contempo eliminare altre spese assistenziali (previdenza di sicuro, la sanità probabilmente). Per i conservatori cioè il programma non dovrebbe portare nessuna nuova spesa per il bilancio dello Stato. I secondi invece, i progressisti, ragionano su un reddito che si accumuli alla spesa sociale sanitaria, per esempio, nonché ad altri sussidi sociali indiretti che in Europa ad esempio sono diritti assodati (il finanziamento pubblico delle scuole e delle università, per esempio). In generale, il mondo progressista si interroga su quale nuova forma di tassazione finanzierebbe il reddito di cittadinanza. Perché se è dimostrato che l’automazione riduce i lavori e sposta il reddito dal lavoro al capitale, solo trovando un sistema per redistribuire il maggiore reddito del capitale indietro verso i cittadini (disoccupati, inoccupati, precari) potremo evitare—ragionano i progressives di Silicon Valley per esempio—l’esplosione dell’attuale sistema. Bill Gates, per esempio, ha recentemente proposto una tassa sui robots che rubano i lavori. E Joseph Stiglitz, già premio Nobel per l’economia, pur non parlando direttamente di reddito di cittadinanza è però tra i più accesi sostenitori di maggiori tasse sui capitali e sui guadagni di borsa, per ridurre la crescente diseguaglianza economica e sociale.

Come abbiamo sentito la settimana scorsa, però, Matteo Renzi non è convinto che il reddito di cittadinanza sia la strada giusta per riequilibrare il sistema. Lo Stato—ha dichiarato Renzi—deve creare un lavoro di cittadinanza, non un reddito di cittadinanza. Lo Stato non deve essere paternalista, è il suo pensiero. Perché il lavoro non è solo reddito, ma è anche il segno e il fondamento della dignità della persona. Il giudizio di Renzi non è nuovo, ovviamente. Esprime quelle stesse domande e dubbi sottintesi nei test pilota di cui abbiamo detto sopra, che hanno appunto lo scopo di verificare se la persona, una volta coperta dallo Stato per le spese di sussistenza, modifichi la sua natura e il suo comportamento. Si trasformi cioè in un cittadino inerte e assistito, o non invece in un attivo e creativo produttore di nuove idee, desideroso di imparare nuovi lavori, di rimettersi a studiare e così via. Renzi, che teme la prima deriva, propone uno Stato che spenda di più—appunto—nella riqualificazione e formazione dei lavoratori che hanno ceduto il posto ai robot. Renzi ottimisticamente non crede, diversamente ad esempio da Veltroni—che lo Stato non possa dare una risposta oggi alla perdita dei lavori. In realtà, a leggere l’intervista con Scalfari sembra evidente che anche Veltroni sia ottimisticamente convinto che la rivoluzione tecnologica nel lungo termine produrrà sí nuovi lavori. Ma la sua preoccupazione è che nell’immediato ne stiamo subendo costi sociali e personali difficilmente riparabili.

Il futuro è difficile da prevedere. Può avere ragione Veltroni—i lavori torneranno, ma solo domani. Può avere ragione Renzi—lo Stato può accelerarne l’arrivo, oggi. Ma potrebbe invece avere ragione la comunità della Silicon Valley, che prevede un futuro in cui il lavoro non sarà lontanamente paragonabile a quello che intendiamo oggi, qualitativamente ma anche quantitativamente. Perchè tra tutte le rivoluzioni tecnologiche, quella di oggi, della penetrazione dell’Intelligenza Artificiale in tutti gli spazi della vita (Internet delle Cose, per esempio), potrebbe veramente essere radicalmente diversa da quelle del passato. In passato le rivoluzioni tecnologiche hanno prodotto dolori, ma poi hanno creato nuovi lavori. Se in questo caso non fosse così? Certamente dobbiamo almeno in teoria prepararci per un piano B. E quale potrebbe essere questo piano? Una delle idee è quella del reddito di cittadinanza. Il quale però conduce alla domanda successiva: come finanziamo un reddito per tutti? La risposta teoricamente è ha portata di mano. Perché la tecnologia non diminuisce il prodotto (anzi forse lo fa aumentare), semplicemente ne trasferisce il reddito dal lavoro al capitale, attraverso la spinta in basso dei salari o attraverso la sostituzione dei lavoratori con i robots (se il camion si guida da solo il reddito del camionista viene in parte assorbito dal costo del “robot”, in parte dalla società di trasporti). Quindi il problema è redistribuivo. Lo Stato deve semplicemente trovare un modo di riformare la tassazione, prelevare ricchezza dalla classe capitalista e con essa finanziare nuovi lavori. In quali settori? Nell’educazione, per esempio, perché più persone avranno bisogno di rimettersi a studiare. E se esisterà un reddito di cittadinanza, il cittadino non solo avrà più tempo per rimettersi a studiare, ma avrà anche più tempo per curarsi, ad esempio (per cui crescerà la domanda di servizi sanitari, di fisioterapia, di ginnastica eccetera). Lo stesso accadrebbe se riducessimo l’orario di lavoro—un tema non più di moda, ma che l’automazione inevitabilmente riporterebbe in auge.

Il punto è quindi che sia con il reddito di cittadinanza sia con il lavoro di cittadinanza lo Stato sarà comunque chiamato a finanziare nuovi lavori (sanità, istruzione, tempo libero) o programmi seri di ri-formazione dei lavoratori (ancora, istruzione).

Il che si traduce in un programma di nuova tassazione della ricchezza, per la quale naturalmente le forze politiche dovranno andarsi a cercare un consenso sociale non facile.

Ma il gioco è questo. Lo dicono anche Bill Gates e Warren Buffett, due tra le dieci persone più ricche del pianeta.

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