L’ho già detto ma mi tocca ripeterlo: il “Reddito di Cittadinanza” dichiarato dal Movimento 5 Stelle non è un Reddito di Cittadinanza. E’ un semplice assegno di povertà, uguale in natura al Reddito di Inclusione (REI), alla cosiddetta legge sulla povertà varata dal Governo Gentiloni. Ma con più erogazioni a più persone, quindi con una spesa circa 8/9 volte superiore al REI.

Mentre invece l’altra sera il neo-televisivo Gianroberto Casaleggio, intervistato a Otto E Mezzo, ha ribadito che il “Reddito di Cittadinanza”  è il fiore all’occhiello, l’elemento distintivo del programma di governo M5S (oltre alle pensioni d’oro).

Evidentemente la sera non c’ho meglio da fare che guardare Otto e Mezzo sul laptop.

In sintesi, la proposta dei Cinquestelle è quella di un reddito integrativo (se uno guadagna 300 euro, l’assegno è solo per la differenza tra il reddito minimo di sussistenza—780 euro—e il reddito guadagnato—quindi 480 euro, nell’esempio). E’ inoltre un reddito condizionato: se uno trova lavoro, il reddito viene eliminato.

Ma il Reddito di Cittadinanza—lo ripeto alla noia—è un’altra cosa.

Non sembra neanche esserne consapevole Lilly Gruber. La quale la è limitata a chiedere a Casaleggio (cito a memoria) “Ma dove li trovate i soldi?”. Questa domanda rivela che anche a lei la differenza non è chiara, tra un assegno di povertà e un vero Reddito di Cittadinanza. E infatti ha avuto (più o meno) buon gioco Casaleggio a rispondere (anche qui cito a memoria): “Il Governo però 20 miliardi per le banche li ha trovati”.

Ora, a parte che i 20 miliardi per le banche sono una spesa una-tantum, che incide solo nel bilancio di un anno; e a parte che di quei 20 miliardi una parte (forse l’intera parte) rientrerà allo Stato, in quanto entrare nel capitale delle banche è una misura temporanea e auspicabilmente in un futuro prossimo quelle quote di partecipazione saranno rivendute. A parte questo, la domanda di Gruber è inefficace. Perché è (quasi) vero che il costo del (finto) “Reddito di Cittadinanza” dei 5Stelle (circa 17 Miliardi, 1% del PIL) potrebbe forse essere coperto.

Andrebbe anche precisato che, vista l’aleatorietà delle coperture offerte dal programma M5S, se solo una delle idee di copertura andasse male, scatterebbe automaticamente sull’Italia la procedura europea di infrazione del limite di deficit, con conseguenze preoccupanti per l’Italia; o addirittura, se il governo M5S tirasse la corda, potrebbe anche spingere per un’uscita dell’Italia dall’Euro, con conseguenze in tal caso lacrime e sangue neppure immaginabili (visto che l’Italia è strutturalmente, finanziariamente molto più debole del Regno Unito).

Ma tornando alla Gruber, la domanda è posta male perché un vero Reddito di Cittadinanza sarebbe una riforma, anche solo quantitativamente, molto più costosa di quella dei Cinquestelle. Così costosa che quei 17 miliardi sarebbero sì dei bruscolini.

Vere idee di Reddito di Cittadinanza sono allo studio in varie parti del mondo. Non tanto e non solo come intervento assistenziale ma per affrontare il cambiamento in atto della struttura del lavoro e della società. Se Casaleggio parla di futuro, la proposta dei Cinquestelle è allora sì, quella, più Blockbuster che Netflix.

Un magnifico post letto recentemente su Medium illustra bene che cosa sia il Reddito di Cittadinanza.

Tutti i cittadini di uno Stato ricevono una somma di denaro in grado di sostenere i loro bisogni minimi. Anche i ricchi. Anche i minori. Il costo per gli Stati Uniti, ai prezzi attuali, di un assegno annuo di $12000 per gli adulti e di $4000 per i minorenni sarebbe di circa 900 miliardi di dollari (cioè più del 25% del PIL). A questa stima si arriva sottraendo alla spesa totale gli incassi derivanti dalla maggiore tassazione, che colpirebbe ad aliquote via via crescenti i $12000 intascati dai contribuenti al di sopra della soglia della povertà (Bill Gates pagherebbe un’aliquota molto alta di imposte su quei 12000 dollari).

Tutto questo se si assumono invariate le altre spese sociali. Perché in realtà una riforma di questo tipo di certo si accompagnerebbe alla riduzione o eliminazione di altre voci del welfare, a quel punto ridondanti per la presenza del Reddito di Cittadinanza. Ad esempio le pensioni: l’assegno mensile di $1000 arriverebbe anche al pensionato, al quale andrebbe così decurtata la pensione per la stessa cifra.

Inoltre l’assegno indiscriminato per tutti semplifica il compito amministrativo dello stato e quindi ne diminuisce i costi (un assegno uguale non ha praticamente costi amministrativi, se non quelli postali, mentre qualsiasi proposta che integra il reddito effettivo richiede lavoro di certificazione e calcolo da parte di intere divisioni di impiegati delle finanze.)

Ma l’articolo richiamato sopra di Scott Santens, originariamente pubblicato per l’World Economic Forum, è soprattutto affascinante per l’analisi di come il Reddito di Cittadinanza contribuirebbe alla trasformazione del rapporto delle persone con il mercato del lavoro.

Gli individui cioè parteciperebbero al mercato del lavoro con più motivazione. Finalmente liberi dalla pressione dei bisogni fondamentali, potrebbero davvero perseguire il lavoro desiderato, o il lavoro part-time o flessibile che meglio si addice allo stile di vita che si è scelto. In più, il potere negoziale nel mercato del lavoro si sposterebbe sul lavoratore—ora più libero di scegliere se lavorare o no—con un probabile aumento del salario. E un salario effettivo verrebbe anche finalmente riconosciuto alle tante attività che attualmente non entrano nel mercato (casalinghe, volontari).

Ma questa rivoluzione non avverrebbe con la modesta proposta dei Cinquestelle. Come sempre con le forze politiche, anche Casaleggio usa intenzionalmente e furbescamente un nome che suona bene, evocativo di una idea molto più futuristica e radicalmente trasformativa rispetto a quella M5S. Che, ripetiamo, non è altro che un Assegno di Povertà, o Reddito di Inclusione che dir si voglia. Il quale non cambierebbe assolutamente la propensione al lavoro dei cittadini, né il loro rapporto di forza con i datori di lavoro. Anzi, di per se l’idea dei 5Stelle potrebbe anche disincentivare al lavoro: perché fare un lavoretto che paga €800, se senza fare niente ne ottengo €750? O perché farne uno a 300 euro, se comunque ne ottengo 750 a prescindere? E infatti la proposta di legge dei Cinquestelle prevede clausole che subordinano l’assegno alla ricerca di un lavoro, e ne determinano il ritiro nel caso di (mi pare di ricordare) uno o due rifiuti di proposte di lavoro.

Nel caso del vero Reddito di Cittadinanza invece le 750 le prenderebbero tutti comunque. Per cui un lavoretto a 300 euro mi alzerebbe il reddito mensile a 1050. Quindi c’è un incentivo a prenderlo. Oppure c’è l’incentivo a non lavorare e usare il tempo libero per rimettersi a studiare, magari per imparare l’informatica e diventare un lavoratore tecnologico. Oppure per fare il volontario della Croce Gialla a tempo pieno. O per provare a lanciare un’attività in proprio. E così via.

Casaleggio e soci parlano di sogni. Il Reddito di Cittadinanza—quello vero—appartiene di sicuro a questa categoria.

La proposta dei Cinquestelle invece rientra pienamente in un ambito molto più prosaico.

Ripeto ancora una volta: non si può spacciare questa idea per qualcosa di diverso dal Reddito di Inclusione di Renzi/Poletti/Gentiloni. O quelle non sono proposte da campagna elettorale, oppure lo è anche il Reddito di Cittadinanza dei Cinquestelle. Seppure più costoso, e pertanto anche più rischioso in termini di Debito Pubblico del paese.

 

 

 

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