“Mi piace il racconto italiano del novecento. Mi piace Piero Chiara, perché è di Varese, e nelle sue storie ci sono i paesaggi che conosco. E come Boccaccio, ha un modo chiaro di comunicare.”

Chi parla è il professor Robert Morse, il mito “Bob Morse”, che assieme a Dino Meneghin, e i coach Aza Nikolic e Sandro Gamba dominò la pallacanestro italiana ed europea con la grande Varese.

Cosa ci sia in comune tra un mito della pallacanestro anni ‘70, e la persona che oggi parla di letteratura italiana, è una storia ordinaria straordinarietà.

L’inizio di questa storia è l’anno 1972, quando il giovane Robert raggiunge le “final eight” dei playoffs di college americano coi Pennsylvania Quakers, ed è designato scelta numero 32 al draft NBA, dove viene selezionato dall’allora franchise dei Buffalo Braves (dietro a Bob McAdoo). I Braves gli propongono il minimo sindacale di allora. Ma l’Ignis Varese—che da qualche anno dominava il basket europeo—gli offrì un contratto molto più ricco, e lui sbarcò in Italia.

Alla prima stagione a Varese vince Campionato, Coppa Italia, Coppa dei Campioni, Coppa Intercontinentale e titolo marcatori. In nove stagioni infila quattro campionati italiani e sette finali consecutive di Coppa Campioni (di cui tre vinte), ed è sei volte capocannoniere del campionato. Nella vittoria del 1975 contro il Real Madrid, senza Dino Meneghin infortunato alla mano, Bob Morse è miglior marcatore della finale con 30 punti.

Una leggenda.

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Oggi la leggenda Bob Morse è in pensione e vive a Portland, Oregon, dove con la seconda moglie Elizabeth ha raggiunto le sue figlie e le sue due nipoti. E dove insegna italiano in una scuola serale. Tra la carriera di cestista e quella di nonno, Robert Morse ha vissuto almeno altre quattro o cinque vite. Tra cui quella di professore di italiano al St Mary’s College in Indiana.

Abbiamo parlato per più di un’ora al telefono. Ascoltare la sua storia, dalla sua voce calma, fa pensare al meglio della cultura americana. Flessibilità mentale, apertura, curiosità, etica del lavoro, concentrazione sugli obiettivi, sana competitività. E humour: “Stavo simpatico agli arbitri italiani. Invece che criticarli apertamente, con loro facevo battute del tipo: ‘Oggi non hai visto nemmeno una palla accompagnata. Ma non preoccuparti, la prossima volta andrà meglio’”.

La carriera professionistica di Robert Morse dura un arco di 14 anni, tutti italiani con una parentesi di tre anni ad Antibes in Francia.

Finito il basket giocato, per un po’ Bob si occupa ancora di pallacanestro. Dapprima dagli Stati Uniti, dal 1988 al 1992, come scout per le squadre europee. Poi nel 92/93 ritorna in Italia, dove diventa commentatore NBA per Telemontecarlo a Roma (“Dan Peterson aveva un conflitto contrattuale con TelePiù”). Resta a Roma altri tre anni come organizzatore di vari eventi sportivi, e nel 1996 lascia anche il basket non giocato. Sarebbe potuto restare in Italia, dove avrebbe vissuto comodamente con i risparmi accumulati. Ma per riavvicinarsi ai genitori anziani e per aprire un nuovo capitolo nella sua vita, Bob decide di tornare definitivamente negli Stati Uniti.

E qui comincia la quarta (?) vita di Bob Morse. Per 5 anni si mette a vendere porcellane, argenteria e cristalli in un negozio Bloomingdale. Avete capito bene: appena finita la carriera di giocatore, commentatore e organizzatore di basket, il campione Bob Morse va a vendere prodotti di lusso in una catena commerciale. “Sono cresciuto sentendo parlare francese in famiglia. Poi ho imparato anche l’Italiano. Sono lingue che servono nella vendita di questi prodotti, molti dei quali europei”.

Ma proprio in questo periodo un altro seme si pianta nei desideri di Robert. Due volte la settimana, di sera, Bob insegna italiano per studenti americani. “Il periodo a Telemontecarlo aveva enormemente migliorato il mio italiano. Amavo la lingua, e poi i miei genitori furono due insegnanti mancati di francese.”

E per non farsi mancare nulla, nel frattempo si iscrive anche ai corsi serali della George Mason University in Virginia per conseguire un Master in Business. La sera all’università e ad insegnare italiano, e il giorno a vendere al centro commerciale.

Chapeau, Bob.

Ottenuto la laurea in business viene assunto da una società di informatica, dove lavorerà per quasi cinque anni. Ma ormai è risolto a voler aprire—a cinquant’anni—un ulteriore capitolo della sua vita. Si trasferisce a Charlottesville, Virginia, per conseguire un Master in Italiano all’Università della Virginia. Dopo due anni si laurea, con una tesi, appunto, sul racconto italiano e in particolare Piero Chiara.

“Mi appassionava insegnare italiano. Con l’esperienza a Varese, Reggio Emilia e quella a Telemontecarlo, e con l’insegnamento ai corsi serali, sentivo di poter trasmettere agli studenti il mio amore per la lingua e la cultura italiana. Il lavoro di consulenza informatica pagava bene, ma non ero altrettanto coinvolto.”

E’ già la quinta (sesta? settima?) volta che Bob passa da un posto all’altro, da un progetto a all’altro.

Sentirlo parlare di questi continui cambi di vita non tradisce alcun senso di dramma. Tutto sembra piacevole e possibile. Perfino razionale. “E’ lo spirito americano. E’ molto diverso dalla mentalità italiana, di proseguire per tutta la vita seguendo una sola carriera.”

Non che non ci sia un prezzo da pagare, per questo.

Robert aveva condiviso buona parte dell’esperienza italiana con Jane, la donna che l’aveva seguito in Italia nel ‘72 e con cui si era sposato nel ‘74. Anche Jane era laureata dall’università della Pennsylvania, dove Bob aveva fatto gli studi di biologia (negli anni del basket di college). Con Robert, Jane aveva vissuto l’esperienza di Varese, Antibes, Reggio Emilia. A Varese erano nate le due figlie, Jennifer e Amanda. Laureata in veterinaria, Jane aveva anche conseguito la stessa laurea a Milano, per poter esercitare in Italia, e aveva aperto uno studio veterinario a Ponte Tresa, vicino al confine svizzero. Al rientro della famiglia in USA, nel 1986, il matrimonio con Jane non regge la nuova transizione alla vita Americana. Bob e Jane divorziano nel 1988.

Ci vorranno 12 anni prima che Robert ritorni ad un rapporto stabile. Nel 2000, in Virginia, incontra una nuova compagna, Elizabeth, con cui si sposa di nuovo. Elizabeth condivide la scelta di Bob di tornare a studiare per diventare insegnante di Italiano. Elizabeth rimane a vivere e lavorare ad Arlington, Virgina, mentre Bob si trasferisce a Charlottesville per l’università. Per due anni Bob e Elizabeth si ritrovano solo il fine settimana e durante le vacanze.

Conseguita questa terza (!) laurea, nel 2007 a Bob viene offerto un posto di insegnante di lingua e letteratura italiana ad una università in Indiana, il College di St. Mary, dove lavorerà per nove anni. Elizabeth si sposta con lui. Durante quel periodo sarà anche visiting professor all’Università della Bicocca a Milano.

Finalmente, nel 2016, Robert decide che il suo obiettivo è raggiunto ed è tempo di andare in pensione.

Con la moglie raggiungono Portland, dove vivono le due figlie e le due nipoti. Anche l’ex moglie, Jane, si trasferisce a Portland per avvicinarsi alla famiglia. A Portland Bob compra una casa con un ampio giardino, dove coltiva alberi da frutta (un ciliegio, un fico, un olivo, un pero) pomodori, lattuga e frutti di bosco.

E non smette di lavorare. Comincia a insegnare una volta la settimana in una scuola serale di italiano, e a organizzare gruppi di turismo sportivo in Italia. Oltre a svariate iniziative di volontariato per la chiesa luterana, di cui Bob ed Elizabeth fanno parte.

E’ anche un attivista per la sostenibilità ambientale. Partecipa a petizioni e a gruppi di pressione sui legislatori dell’Oregon. E aiuta sua figlia a gestire la sua urban farm a Portland (le urban farms sono progetti agricoli sviluppati dentro le aree urbane, sostenibili perché azzerano l’inquinamento da trasporto, e vivificano l’ambiente urbano).

A Portland, un giorno, entrando in un ristorante italiano, Bob nota uno chef alto come lui (più di due metri, cioè). I due sembrano riconoscersi. Lo chef gli viene incontro: “Sei Bob Morse?” “Sì”, risponde lui. “Abbiamo giocato contro, a Todi, in un torneo estivo in piazza e io ti marcavo”.

Era Vincenzo Nunzi, ex giocatore di Fabriano e Forlì. Terminata la carriera di cestista a 38 anni, anche Vincenzo si è reinventato, cucinando e avviando in partnership un ristorante italiano in America.

Le “sette vite” di Bob Morse non cessano mai di riservare sorprese.

Morse attivista

Morse, Elizabeth and niece

I tifosi italiani ed europei sono grati a Bob per le emozioni e le vittorie. Soprattutto nella piccola Varese queste sono cose che non si dimenticano (la città lo ha insignito della cittadinanza onoraria). Possibile Hall of Fame europeo, nel 2008 è stato anche inserito nella lista dei 50 giocatori più influenti della storia pallacanestro europea (assieme al compagno Dino Meneghin).

Ma l’esemplarità di questa storia va evidentemente al di là del successo sportivo. Colpisce la semplicità con cui Bob si è sempre rimesso in gioco, e la modestia di accettare senza problemi occupazioni lontane anni luce dagli splendori della ribalta sportiva. Ancora adesso, quando ti parla di quegli anni, la cosa che Bob nomina di più è l’amicizia con Massimo Lucarelli, suo compagno di stanza per due anni a Varese. I due amici continuano a sentirsi anche due volte al mese.

E colpisce la delicatezza—verrebbe da dire—della terza età di un mito sportivo, vissuta tra il volontariato e l’attivismo ambientalista. Impiantare pannelli solari sul tetto, comprare una nuova auto elettrica, contribuire all’urban farming della figlia e coltivare alberi da frutta: il racconto di Bob suona come una specie di paradiso quieto, trapiantato nella piovosa Portland, una città di liberals che vanno in bicicletta con cappuccio e impermeabile (non Bob: lui va in bici solo “quando fa bel tempo”.)

In questi giorni, in Italia, abbiamo celebrato l’addio al calcio di Francesco Totti, anche lui un mito, anche lui persona buona e piena di carattere. Certo il calcio milionario è molto più corruttore (se così si può dire) della pallacanestro dei tempi di Robert Morse. Ma sarebbe incredibile, un giorno, poter raccontare la nuova vita di Francesco Totti con lo stesso senso di pace, di ottimismo e di ammirazione che Bob mi ha suscitato, ascoltandolo.

Morse 78-79 Emerson Varese

 

 

 

 

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